Come tutto è iniziato (Parte 2)
Qualche settimana fa avevamo raccontavamo la prima parte di come fosse iniziata la nostra avventura contadina (se l’hai persa puoi recuperarla qui).
Oggi invece ti vogliamo raccontare la seconda parte.
Nel 2011 Yukai ed io abbiamo trascorso alcuni mesi in Honduras, un piccolo paese del Centro America di cui non sapevamo praticamente nulla, prima che il nostro amico e giornalista Luca Martinelli ci convincesse che era il posto giusto dove andare. All’epoca ci occupavamo ancora di foto e video e volevamo girare un documentario sul legame tra le popolazioni indigene e la natura, da cui poi è nato “Spiriti”.
Prima di salire sulle montagne dell’Honduras però, abbiamo trascorso un mese in un piccolo villaggio sulla costa, unico sbocco honduregno sull’Oceano Pacifico, come “osservatori dei diritti umani” con l’associazione CICA (Collettivo Italia e Centro America): l’’Honduras infatti è uno dei Paesi più violenti dell’America e uno dei più pericolosi del mondo per l’altissimo tasso di criminalità dovuto al traffico di droga e
al controllo delle risorse naturali, l’unica grande ricchezza del poverissimo Honduras.
Uno dei modi per aiutare le comunità indigene e contadine locali è la presenza fisica di persone internazionali sul territorio: la nostra permanenza e quella degli altri volontari avrebbe dovuto impedire gli episodi di violenza per l’esproprio della terra e documentare le contine violazioni dei diritti umani.
Zacate Grande è una piccola comunità di contadini e pescatori che resiste alle pressioni dei grandi proprietari terrieri attraverso micro progetti locali di sviluppo sostenibile comunitario.
Da quell’esperienza è nato un reportage pubblicato sulla rivista Altreconomia (che se vuoi puoi leggere integralmente qui sotto) e un altro piccolo documentario che racconta, attraverso la storia di Franklin, l’ingiustizia strutturale che c’è nel paese e ci ricorda che lottare per la giustizia e resistere è l’unica scelta possibile perché “La terra non si vende, si coltiva e si difende”.
Quest’esperienza ci ha segnato moltissimo e ancora oggi ci dà la forza di portare avanti il sogno di un “otro mundo posible” (un altro mondo possibile) attraverso il prendersi cura della terra, continuando a coltivare giustizia e solidarietà oltre al cibo con cui nutriamo la nostra comunità locale.
Articolo pubblicato su Altreconomia n.139 (giugno 2012)